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CENTRO STUDI VALLE IMAGNA

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Oltre cento fotografie di grande formato per documentare l'itinerario di ricerca di Cesare Colombo, noto critico fotografico, dal 1956 al 2006. L'iniziativa è stata realizzata in collaborazione con il Craf di Spilimbergo e la Città di Maniago.
Contributo: 45,00 €
Descrizione

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Presentazione di Giovanna Calvenzi.

Mi piacerebbe, dovendo scrivere di Cesare Colombo, ricorrere almeno inizialmente al gioco di elencazioni e descrizioni, caro a Georges Perec, o alle lunghe liste di “mi piace-non mi piace” che erano anche del giovane Holden. Perché quando ho conosciuto Cesare Colombo, ed era più o meno il 1970, la cosa che da subito mi aveva colpito era la sua capacità di emettere giudizi assoluti. Giudizi apodittici e, almeno così credevo, immutabili. Gli piacevano: il verde per le camicie e le automobili, i dispenser dei tovaglioni di carta dei self service, i self service medesimi e le mense aziendali, i piatti di plastica, gli occhiali con la montatura nera, i bigliettini che gli scrivevano le sue figlie, le riviste tedesche di fotografia, il lago di Como, l’Agfa Brovira, il Movimento Studentesco e il Cinema Militante. Non gli piacevano André Kértész e Giuseppe Cavalli, la musica classica, il teatro in generale, il cinema di Godard, i ristoranti col cameriere troppo servile, spendere senza riflettere, le foto di moda, le camicie sporchevoli, le donne con gli occhi truccati. Nella mia giovanile insipienza ero combattuta fra l’ammirazione e l’irritazione. Ammiravo e cercavo di imparare dalle sue certezze ma ero irritata dalla logica ferrea contro la quale si spezzavano le mie argomentazioni. Tuttavia, anche nell’esercizio del giudizio, non era mai impositivo. Non diceva “è” ma “mi sembra giusto” e anche se il senso dell’affermazione non cambiava, la formula dialettica diventava più facile da accettare e comunque stimolava il contraddittorio.

Confesso che nei primi tempi della nostra frequentazione – sono stata assistente sua e di Toni Nicolini negli anni dell’università, nel loro studio in via Vigevano 10 a Milano - ero molto più attenta al tipo di relazioni umane che sapeva creare che non alla qualità della sua fotografia. Fotografava, scriveva, curava la regia di film documentari, militanti, pubblicitari. La sua scrittura era sempre un insegnamento: non era mai prevedibile, sempre acuto, fuori da schemi precostituiti. Aveva una straordinaria capacità di creare racconti per immagini, per libri o mostre o proiezioni, mettendo in sequenza o accostando fotografie prevalentemente di altri, che ricordava di aver visto, che sapeva sempre dove andare a cercare. Che fosse un eccellente fotografo era cosa risaputa ma all’inizio degli anni Settanta per me contava molto di più che fosse “democratico”, attento alle istanze sociali, che previlegiasse l’etica all’estetica. Ripensandoci a distanza di anni mi rendo conto che, come accade solo per i veri fotografi, le sue curiosità, la sua aderenza agli ideali, la sua etica personale permeavano e permeano in maniera inscindibile anche il suo lavoro. Cesare Colombo lavorava e lavora nella e con la fotografia, nel senso ampio e democratico della diffusione delle idee. Fa fotografie, discute con amici e colleghi del loro fare fotografie, progetta mostre, libri, proiezioni, incontri, con una inestimabile capacità critica e dialettica che coinvolge quanti collaborano ai suoi progetti.

Nella selezione di immagini che presenta in questo volume ci sono foto private e foto professionali, foto di viaggio e foto fatte nel cortile dello studio, ritratti di amici, di familiari, di passanti e di persone note, in una sequenza che come sempre testimonia la sua maestria nell’uso della fotografia. Ogni situazione è affrontata con lo stesso lucido disincanto, con un linguaggio diretto che sa testimoniare e interpretare a un tempo. Cesare Colombo non è mai stato attento alle mode quindi non poteva esserne vittima. Ha mantenuto, nel corso del tempo, una coerenza di indagine che non risente delle mutazioni del linguaggio che l’evoluzione della fotografia sembra aver imposto. Bianconero o colore, digitale o analogico, il 6x6 o il 24x36 sono solo strumenti, ininfluenti ai fini dei risultati che vuole ottenere. Federico Patellani nel 1943 scriveva (1) che dal momento in cui si inizia a fare la professione si smette di fare “belle fotografie” per passare a “fotografie documentarie”. Non era vero nel suo caso ed è altrettanto falso se si guardano, pagina dopo pagina, le immagini di questo libro. L’alternarsi di tempi, di situazioni, di passato e presente, di privato e di pubblico, di colore e di bianconero, ci acccompagnano nel suo mondo visivo, attento ai volti, ai gesti, alle incongruenze, al modificarsi dei comportamenti sociali, al mutare delle mode.

Nell’ordinare l’andamento narrativo delle immagini dal suo archivio non ha voluto affidarsi alla cronologia o alle assonanze e alle antitesi ma si è fatto guidare da criteri che lui stesso ha voluto raccontare e che, ancora una volta, trovano le loro radici in una concezione di uso sociale della fotografia: la complessità “inconsapevole” dell’infanzia e i rapporti un po’ forzati dalle convenzioni che si creano tra bambini e adulti; il cammino contraddittorio che porta a un’evoluzione dei rapporti intersessuali; riflessioni sul lavoro come prigione e, insieme, come sviluppo delle nostre persone-personalità; lo spazio abitato dall’uomo, eterno simbolo, spesso velleitario, del suo status; paesaggi metropolitani; l’ossessione della nostra civiltà “sviluppata” e i suoi artificiali equivoci; gare di bellezza, eterne vicende di fotogenia, vanità, narcisismo, successo; riti e rituali politici e religiosi, modelli collettivi di “fideismo” moderno; e infine un invito a riflettere, se ci si riesce, sul nostro limitato destino.

Come sempre accade per tutti i suoi progetti, il titolo che ha voluto dare a questo libro, che raccoglie cinquant’anni di sue fotografie, è indicativo del rapporto stretto che da sempre mantiene con il suo lavoro e con quanto “gli sembra giusto”: La misura della vita, è la misura presa dal fotografo acuto, testimone coinvolto in quanto accade attorno a lui, e dall’uomo, sempre consapevole della realtà sociale e politica che non considera mai immutabile ma bisognosa dell’intervento critico di ognuno di noi. Molti sono gli aggettivi che si possono utilizzare guardando le sue immagini, ma sono tutti aggettivi che rendono inutili le griglie della critica estetica: consapevole, si è detto, ma anche responsabile, critico, civile, democratico. Le sue fotografie sono solo la punta dell’iceberg di un impegno immutato nei confronti dei doveri che la fotografia ha verso la società. Doveri ai quali non si è mai sottratto: curando libri e mostre nei quali ha coinvolto autori riconosciuti e giovanissimi, organizzando eventi che rimangono come pietre miliari nella storia recente della fotografia italiana (uno per tutti: L’occhio di Milano. 48 fotografi 1945/1977), scrivendo saggi, lavorando negli archivi pubblici e privati per riportare alla luce immagini o autori a rischio di oblio, realizzando documentari o videoproiezioni dedicati a momenti della storia e della storia della fotografia.

Mi rendo conto che ancora una volta sono caduta nella trappola delle elencazioni e che non è questo che si richiede a un’introduzione per un libro di immagini. Eppure mi riesce difficile scrivere diversamente. Considero Cesare, certamente contro le sue intenzioni e contro la sua volontà, un mio maestro. Da lui ho imparato a “vedere” la fotografia e oltre la fotografia. Grazie a lui ho capito l’importanza della riflessione dialettica, l’importanza che hanno la storia e i ricordi nel nostro presente. Ho imparato anche l’uso dell’understatement, che mi costringe a interrompere le attestazioni per non mettere lui e i lettori nell’imbarazzo.

E credo che si debba a una sorta di understatement la ritrosia con la quale Cesare ha sempre proposto alla visione collettiva le sue fotografie. Pochi sono infatti i libri e le mostre dedicati al suo lavoro, soprattutto se confrontati ai numerosi progetti he Cesare ha realizzato per altri. Non gli ho mai sentito dire, come per qualche tempo alcuni di noi hanno creduto, che la fotografia può cambiare il mondo ma è certo che nei suoi cinquant’anni di fotografia Cesare è riuscito a raccontarci il mondo: ci ha insegnanto a vederlo, lo ha messo sotto i nostri occhi, non attraverso i grandi eventi ma attraverso le immagini quotidiane del lavoro, del tempo libero, dell’impegno, degli affetti, delle relazioni fra gli uomini.

In occasione di una presentazione di un suo progetto su Milano, nel 2004, avevo scritto, parafrasando una sua riflessione pubblicata in L’occhio di Milano (2): “Cesare Colombo ricompone il dualismo fra imperativo alla testimonianza e possibile intervento creativo del fotografo: con coerente semplicità, con una pervicacia che mantiene la visione fedele a se stessa nel tempo e che riesce a salvare dal caos della modernità brandelli di poesia”.

 So che il concetto di poesia gli sta indubbiamente stretto eppure, suo malgrado, questa sua misura della vita, che recupera frammenti di storie, è una rilettura di una parte del suo archivio ispirata da una involontaria ma non per questo meno vera poesia della vita.

(1)
Federico Patellani, “Il giornalista nuova formula” in Fotografia. Prima rassegna dell’attività fotografica in Italia, a cura di E.F.Scopinich, Gruppo Editoriale Domus, Milano 1943

(2)
In L’occhio di Milano, Magma, Milano 1977, Cesare Colombo scriveva: “Questi anni rappresentano un momento cruciale per la produzione e la cultura fotografica. Un ampio dibattito si è sviluppato in tutto il mondo attorno alla ‘duplicità’ di funzione dell’immagine ottica: il momento della testimonianza documentaria sulla realtà (un ruolo scientifico) e il momento di possibile intervento formale del fotografo, per proporre il suo personale sguardo (un ruolo creativo)”.

Luogo di edizione: Bergamo
Anno di edizione: 2009
Autore: Cesare Colombo
Pagine: 156